1. Principi fondamentali: lo statuto dell’educazione ambientale e il suo fondamento etico
1.1. L’educazione ambientale si trova ad operare in una società “insostenibile”, in cui è drammaticamente scarsa l’attenzione per gli effetti dell’azione umana sul pianeta e in cui manca ancora un modello sociale sufficientemente chiaro e soprattutto condiviso di stili di vita, gerarchie di valori e criteri di comprensione del mondo che sia eco-compatibile. Lo stesso concetto di “sostenibilità” è un concetto variamente declinato e storicamente in evoluzione, come sono in evoluzione anche i riferimenti teorici, le metodologie, i campi applicativi e le pratiche reali dell’educazione ambientale.
Ciò che è sempre più chiaro alla nostra comunità mondiale di pratica e di ricerca, è che l’educazione ambientale cerca le vie di una nuova lettura dell’azione umana e del suo impatto sugli ambienti di vita, così come delle scelte collettive che ne determinano l’impatto. L’educazione ambientale affronta la sfida di chiarire le poste in gioco socio-ambientali e socio-politiche contemporanee per contribuire a delle proposte più adeguate e responsabili ai problemi che l’umanità stessa ha creato a sé e al pianeta finito cui anche gli esseri umani appartengono. Ovvero, la sfida di educare gli esseri umani a considerare, nelle loro interrelazioni e nelle conseguenze che ne derivano sul piano politico, culturale, economico e sociale:
- i viventi;
- il substrato fisico della vita;
- la finitezza del pianeta Terra.
Alle denunce - argomentate e di fonte autorevole - sulla grave perdita di biocapacità della Terra, sullo stress degli ecosistemi, sul sempre più rapido cambiamento climatico, sulle minacce per il ciclo dell’acqua e per la disponibilità di acqua, sulle crescenti disuguaglianze e sulle povertà che affliggono l’umanità, sulla divaricazione tra ricchezza e felicità, tra PIL e reale benessere, tra produzione di beni materiali e stato del pianeta, non corrisponde però una ricerca, convinta e convincente, generalizzata, sostenuta da un comune consenso, di un nuovo modello sociale ed economico, da realizzare in tempi il più possibile rapidi e con obiettivi adeguati all’urgenza.
L’educazione ambientale si trova oggi, per raggiungere gli obiettivi che le competono, a dover quindi riflettere non solo sul proprio statuto epistemologico, sui suoi paradigmi e sulle sue metodologie, ma anche sui suoi valori fondativi, che sono gli stessi di una società pacificata con sé stessa e con la natura, più solidale, con più equità, più capace di creatività e innovatività.
Sarebbe questo l’ideale, forse l’utopia di una svolta evolutiva dell’umanità, che la porti ad affrontare più cooperativamente, più responsabilmente, più solidalmente e, oseremmo dire, giocosamente e con più amore per la vita, le sfide del presente e del futuro.
L’educazione ambientale oggi non è, se mai lo è stata, un’educazione ”tematica” tra le altre, ma è un’educazione fondamentale ed essenziale per il mondo contemporaneo, una dimensione primaria dell’educazione globale con una vocazione generale ad essere uno spazio di libertà che invita all’impegno e alla trasformazione delle realtà problematiche: essa guarda, o dovrebbe guardare, all’interesse globale di tutti gli esseri umani e della vita sul pianeta che abitiamo. L’educazione ambientale, infatti, ci invita – come già si è detto - a riprendere coscienza e a ricreare il nostro legame cruciale con la trama della vita di cui facciamo parte.
1.2.1. Il primo elemento di riflessione sullo statuto dell’educazione ambientale è dunque di ordine etico, di un’etica politica, trasformativa, “sostenibile”. Si è trattato di un tema trasversale del Congresso di Torino e che non a caso è ricorso non solo in una sessione dedicata, appunto, all’etica e in un workshop curato dall’Unep, ma anche in molte altre sessioni.
Ogni educazione svolge un ruolo delicato nel momento in cui trasmette conoscenze ad un discente e ne forma le facoltà intellettuali, fisiche o morali (“educare” viene dal latino “ducere”, “condurre, portare”): se dunque l’educazione è sempre un’impresa etica, i ricercatori e i formatori in educazione ambientale hanno un importante ruolo sociale e una speciale responsabilità sociale, in quanto la loro azione di guida e di formazione riguarda il campo dei valori e il futuro dell’umanità e del pianeta. Si tratta di una responsabilità che li accomuna allo scienziato, responsabile dell’uso del sapere.
L’obiettivo dell’educazione ambientale, che è la “cultura del cambiamento”, e la nuova conoscenza e le nuove prospettive che l’educazione ambientale intende offrire all’umanità sono incardinate nei valori.
Un primo asse di ricerca è dunque in quale ethos e in quale oikos l’educazione ambientale trova il suo posto. L’etica che deve ispirare ad ogni livello l’educazione ambientale è una etica della nostra relazione con la Terra e con gli altri esseri umani e con tutti gli esseri viventi, quindi è un’etica della solidarietà, della partecipazione democratica, del riconoscimento dell’alterità e delle differenze, del pluralismo, del rispetto dei diritti delle minoranze e della diversità di tradizioni, culture ed ambienti naturali.
Questo quadro etico tiene insieme le problematiche della sostenibilità e di uno sviluppo umano purtroppo iniquo.
La Carta della Terra rappresenta, al momento, il punto più alto di elaborazione di principi etici per un mondo giusto, sostenibile, pacifico.
Il volume Environmental Education, Ethics, and Action pubblicato dall’Unep proprio in occasione del 3rd WEEC e curato da Bob Jickling, Heila Lotz-Sisitka, Rob O’Donoghue e Akpezi Ogbuigwe (disponibile attualmente in francese, inglese, spagnolo, italiano), rappresenta invece uno strumento fondamentale di lavoro per portare l’etica nelle attività di ogni giorno.
1.2.2. La ricerca circa l’efficacia dell’educazione ambientale è anche un imperativo etico: la voce dell’educazione ambientale, infatti, rischia di essere coperta dai messaggi consumisti e di non riuscire a svolgere un’azione abbastanza incisiva in un mondo dominato da interessi economici e politici ispirati a leggi spietate di mercato e alla diffusione globale di consumi insostenibili. L’educazione ambientale deve essere efficace per sostenere i valori della vita sul pianeta e per contribuire a dare un futuro alla Terra.
1.2.3. Anche i finanziamenti alla ricerca in educazione ambientale devono rispondere a criteri etici: il finanziamento può essere difficoltoso e talvolta potrebbe portare a prendere in considerazione donatori che suscitano dubbi a questo riguardo. Un rapporto paritario e trasparente di partenariato può essere una soluzione, ma sarebbe corretto richiedere sempre allo sponsor una coerenza con il progetto complessivo.
1.3. Un nodo interessante è il rapporto tra sviluppo del senso di identità e di appartenenza ai luoghi in un mondo che cambia rapidamente e il cosmopolitismo. Educare significa trovare insieme se stessi, il legame con la comunità dei viventi e il rispetto della vita sulla Terra. Il senso dei luoghi rafforza la difesa della diversità ecologica e culturale ed è il presupposto di un atteggiamento di cura verso il territorio, ma il senso di cittadinanza planetaria, oggi prevalente in molte persone inserite nella società-rete globale è ugualmente necessario, purché non conduca al disinteresse e al disimpegno dalle situazioni concrete.
Il senso del luogo è uno degli obiettivi dell’educazione ambientale sia nelle comunità indigene, dove i saperi e i costumi tradizionali offrono spesso atteggiamenti di cura per l’ambiente e tecniche sostenibili di utilizzo delle risorse e del suolo, sia in chi abita i luoghi, geograficamente ben più estesi, della modernità, le aree sempre più urbanizzate del pianeta, quelle in cui regnano l’anonimato e la perdita di capitale sociale e quelle in cui l’emarginazione e il disagio spesso segnano profondamente la vita collettiva e la qualità dell’ambiente.
Si tratta di aree in cui è difficile parlare di identità, perché domina un meticciato culturale prodotto dall’influenza di modelli imposti dal sistema dei consumi di massa, dai messaggi dell’industria culturale più standardizzata e della pubblicità o portati, dalle migrazioni, dalla mescolanza di culture e di etnie.
In entrambi gli scenari, ci sono non solo valori da difendere o da riscoprire, ma preconcetti da superare, odi, diffidenze, paure, fatalismi. Il senso del luogo non va confuso con il settarismo identitario, con le strumentalizzazioni xenofobe e/o nazionalistiche, con le ideologie totalitarie che alimentano razzismi, discriminazioni, violenze, oppressione, genocidi, guerre civili e tra stati.
1.4. Per questo, l’educazione ambientale ha a che vedere anche con altri due aspetti fondamentali per la costruzione di una società umana più responsabile, giusta, in pace con se stessa e con la Terra.
1.4.1. Il primo è la questione del conflitto come importante occasione educativa.
Non ci può essere, infatti, un eco-sviluppo senza pace e riconciliazione e viceversa la sostenibilità è necessaria alla pace e alla riconciliazione: noi dobbiamo imparare a gestire e condividere in modo equo le risorse del pianeta, o alimenteremo sempre nuovi conflitti.
La conoscenza ambientale e valide e coerenti politiche di protezione dell’ambiente salvaguardano, appunto, le risorse naturali e l’ambiente che è fondamento della vita sulla Terra.
D’altra parte, l’educazione ambientale, grazie al suo insieme di partecipazione, valori comuni e diritti umani, è uno strumento per trattare i conflitti socioambientali.
Al congresso sono stati portati molti esempi di interazione tra educazione ambientale e conflitti, dalle situazioni che vedono in discussione i bisogni primari (il cibo, l’uso dell’acqua, la produzione di energia) fino ai contesti segnati dalla transizione verso una società democratica o da tensioni etniche.
I temi ambientali sono dunque anche temi sociali. Pertanto noi abbiamo bisogno di un nuovo approccio e di nuovi obiettivi: educare per l’ambiente e per la società.
L’approccio ambientale, infatti, nasce da un pensiero sistemico che sviluppa la consapevolezza delle cause dei conflitti e accresce la capacità di pianificazione e di ricerca del modo per rispettare i discordi punti di vista e per superare positivamente i contrasti.
La sfida educativa del conflitto sta nel percorso di confronto sulle scelte oggetto di contesa, sulle loro motivazioni, sui valori di riferimento che sono dietro le posizioni in campo, sui criteri di valutazione adottati per giudicare gli esiti delle possibili alternative e delle relative decisioni.
Questo confronto dovrebbe condurre le parti, che sono divise da interessi diversi, a convenire su criteri comuni: quali criteri di qualità usare e quali sono i risultati attesi? Qual è la loro validità proiettata nel tempo? Qual è la loro validità se cambiamo la scala spaziale?
1.4.2. Il secondo è l’obiettivo di una democrazia reale, basata su una maggiore partecipazione attiva dei cittadini, su forme innovative e non mistificate di governance, su processi decisionali caratterizzati dall’ascolto, dalla costruzione graduale e paziente di una visione condivisa, dal coinvolgimento delle comunità.
Anche in questo caso il ruolo dell’educazione ambientale è fondamentale, sia perché la diffusione delle sensibilità per i temi socio-ecologici è un fattore decisivo per l’avvio e il successo di politiche di eco-sviluppo, sia perché la trasformazione socioeconomica e la “rivoluzione ambientale” richiedono conoscenze teoriche, pratiche, organizzative, abilità e competenze, valori che l’educazione ambientale provvede a promuovere e coordinare trasversalmente ai diversi campi e alle varie discipline.
La partecipazione dei cittadini alle scelte per il futuro e la costruzione di una visione condivisa del rapporto con gli altri e con il pianeta richiedono:
- un impegno sia individuale sia collettivo;
- capacità di analisi, di valutazione e di intervento che l’educazione ambientale deve costruire e potenziare in ogni appartenente alla comunità.
Le reti, sia omogenee sia, a maggior ragione, tra soggetti diversi (istituzioni educative, enti pubblici, associazioni, ecc.), sono strumenti efficaci e fondamentali per la diffusione capillare del messaggio ambientale, per il reciproco rafforzamento tra i vari protagonisti impegnati nel cammino verso un progressivo eco-sviluppo e per la crescita della partecipazione e di forme di nuova governance. L’educazione ambientale deve dunque svolgere un ruolo attivo e di primo piano nella diffusione delle reti e contribuire al loro funzionamento ottimale.
2. Due obiettivi basilari: sviluppo della ricerca e formazione dei formatori
Il congresso di Torino ha individuato due nodi decisivi per il progresso dell’educazione ambientale nel mondo.
2.1. Il primo, come si è già accennato, è un potenziamento della ricerca.
La ricerca deve permettere all’educazione ambientale di rispondere alle sfide contemporanee e di ottimizzare l’integrazione tra ricerca e interventi educativi. La ricerca dovrà inoltre essere particolarmente attenta alla pertinenza con le necessità delle persone e dei contesti, al rigore scientifico e alla coerenza con i valori di cui l’educazione ambientale si fa portatrice.
I temi e le tendenze principali registrati al Congresso sono:
Ricerca come supporto al cambiamento dei curricoli.
Ricerca come inchiesta di opinione sulle convinzioni del pubblico o degli studenti, sulla percezione/conoscenza e consapevolezza dell’ambiente, sulla comunicazione come strumento di partecipazione.
Ricerca come strumento di riflessione sulle azioni intraprese e sulla valutazione dei processi che le accompagnano.
Ricerca sul rapporto dell’educazione con l’avanzamento delle conoscenze e con la ricerca per la conservazione della natura, la gestione ambientale o la ricerca orientata verso lo sviluppo sostenibile.
C’è però bisogno di sviluppare una maggiore cultura della ricerca in educazione ambientale, ridefinendo che cosa vuol dire fare ricerca in questo campo, di chiarire ed esplicitare il quadro epistemologico ed etico, di identificare le scelte metodologiche appropriate per un’educazione ambientale efficace e pertinente, di mettere la ricerca accademica più a disposizione di chi lavora “sul campo”.
Si tratta di allontanarsi sempre di più dal senso comune di un’educazione ambientale settoriale o improntata ai buoni sentimenti, ai precetti di corretto comportamento, limitata ai soli temi dell’ecologia. Al contrario, si tratta invece di sviluppare la dimensione riflessivo–critica e di prospettiva dell’educazione ambientale, aprendosi a nuovi percorsi di ricerca sugli oggetti, sulle metodologie, sugli strumenti, sulle strategie di raccolta e di analisi di dati, sul monitoraggio e sulla valutazione, ovvero sulla documentazione dei processi, sull’analisi e interpretazione di ostacoli e successi, ecc.
Un campo ancora largamente inesplorato e su cui concentrare gli sforzi è ad esempio l’educazione ambientale nell’educazione degli adulti/educazione permanente e in tutti gli ambienti di vita. A questo proposito, il WEEC accoglie con grande entusiasmo l’interesse per una campagna mondiale di alfabetizzazione alla sostenibilità dimostrato dai sindacati dei lavoratori (la ICFTU - International Confederation of Free Trade Unions, che rappresenta 145 milioni di lavoratori di 154 paesi). L’impegno preso dalla confederazione dei sindacati liberi, nell’ottica del “lifelong/lifewide learning”, è a un’educazione all’essere e non all’avere, alla qualità piuttosto che alla quantità dello sviluppo.
2.2. Il secondo è la formazione dei formatori.
La formazione dei formatori è un punto cruciale per un’effettiva/efficace diffusione dell’educazione ambientale: la formazione dei formatori è considerata una regola di base in ogni disciplina, deve quindi essere tale anche in questo campo.
Come formatori non si devono intendere solo gli insegnanti, ma si deve porre particolare attenzione anche a chi opera nel lifelong/lifewide learning, agli educatori operanti in associazioni e cooperative, ai mediatori dei musei e degli altri luoghi del sapere, a responsabili aziendali, a consulenti e altri esperti nel campo della gestione di interventi formativi destinati ad adulti in condizione lavorativa, ecc.
Dal Congresso di Torino viene dunque l’invito ai decisori politici di tutto il mondo a rafforzare la cultura ambientale dei formatori in genere (in quanto tutti hanno in qualche modo sempre a che vedere con le questioni ambientali) e a potenziare in particolare la qualificazione dei formatori ambientali.
L’educazione ambientale dovrebbe entrare nella formazione iniziale dei formatori, in particolare degli insegnanti, anche per potere utilizzare più efficacemente gli interventi educativi proposti dalle associazioni o dalle cooperative di professionisti presenti nel territorio.
Gli educatori che operano in ambiti diversi (formale, non-formale, informale) necessitano inoltre di formazioni specifiche, poiché operano in contesti diversi e con differenti metodologie. Una formazione specifica, soprattutto per chi lavora all’interno di associazioni e cooperative, permetterebbe un maggior riconoscimento del loro operare e migliorerebbe la loro professionalità.
La “formazione dei formatori” dovrà essere basata:
· Su valori come il rispetto della diversità di tradizioni, culture ed ambienti naturali e la solidarietà verso l’ambiente e gli altri.
· Sull’interdisciplinarietà e transdisciplinarietà delle questioni ambientali.
· Su un’attenzione specifica per i destinatari finali (chi sarà formato dai formatori).
· Sulla metodologia della ricerca azione in quanto metodologia che favorisce la partecipazione, la contestualizzazione e la circolarità tra ricerca e pratica.
· Sulla riflessione appropriata su ogni attività di formazione. Tale riflessione dovrebbe comprendere non solo i formatori ma anche i loro destinatari.
3. Strumenti per la ricerca e per la formazione dei formatori in educazione ambientale
3.1. Sia la ricerca sia la formazione dei formatori hanno bisogno:
- di analisi appropriate delle situazioni che sono oggetto di ricerche e di formazione;
- di un’adeguata identificazione dei bisogni attuali e futuri;
- di dinamiche collaborative tra i diversi attori coinvolti;
- di maggiori risorse finanziarie;
- di più attenzione da parte dei decisori politici;
- di strumenti comuni di lavoro.
3.2. Si tratta, prima di tutto, di condividere maggiormente il patrimonio esistente, costruendo un repertorio di esperienze di ricerca (la storia, i filoni già percorsi,…) e di materiali per la formazione.
Si tratta, in altre parole, di “fare rete”, mettendo maggiormente in comunicazione tra loro le diverse aree culturali e linguistiche. Al Congresso è emerso un ricco panorama di reti a varia scala e di varia natura: questo costituisce il positivo presupposto per un necessario ulteriore salto in estensione e in qualità delle reti, alla cui importanza si è già accennato, anche per il potenziamento della ricerca e della formazione dei formatori.
La comunità dei ricercatori e dei formatori di formatori deve moltiplicare gli sforzi di fare rete e di sfruttare l’effetto di moltiplicazione delle esperienze, condividendo buone pratiche. Le esperienze di ricerca e di formazione possono essere condivise con gli altri, evitando di perpetuare i medesimi errori, e poi ricollocate localmente. Le nuove tecnologie (siti web, e-mail, blog) potrebbero aiutare questo processo di scambi.
3.3. Sono dunque di grandissima importanza i servizi e le strutture che possono aiutare questa tessitura di rapporti.
Il Congresso di Torino pone l’accento dunque sulla necessità di sviluppare un sistema globale di dialogo. I congressi biennali WEEC e i contatti che la rete WEEC assicura tra un congresso e l’altro rappresentano un contributo essenziale a questo riguardo.
I congressi fin qui realizzati hanno permesso di presentare e confrontare esperienze di università, scuole, associazioni, reti, piccoli e grandi parchi e musei, istituzioni, imprese, ecc.
Questo processo di reciproca conoscenza deve assolutamente essere rafforzato e ogni attore dell’educazione ambientale deve imparare sempre più a comunicare, sia nei consessi scientifici sia in ogni altra occasione, le proprie riflessioni e le proprie pratiche e a discutere strumenti e metodologie.
4. Definizione e ambiti dell’educazione ambientale
4.1. Il confronto internazionale è importante anche per valorizzare le diversità nell’educazione ambientale: rispetto alla diversità, pure esistente, di correnti e tendenze, il Congresso di Torino, infatti, ritiene che si debba privilegiare la diversità di approcci che nasce dai diversi contesti culturali e socioeconomici mondiali, che mantengono impronte specifiche, sia che si tratti dei saperi locali, tradizionali, indigeni, per quanto “meticciati” dalla globalizzazione, sia che si tratti di contesti urbanizzati e in parte omologati dai processi di globalizzazione.
Tale diversità non impedisce, ma anzi stimola la condivisione di ideali, di obiettivi e di progetti e anzi rende culturalmente più stimolante la comparazione e lo scambio di metodi e di buone pratiche.
4.2. Il Congresso ha anche dato un contributo decisivo nel chiarire (se pure ce ne fosse stato il bisogno) che l’educazione ambientale è vitale e attiva su un arco molto ampio di temi.
La questione dei rapporti (sovrapposizione e sostanziale identità? Complementarietà? Una certa distinzione o addirittura contrapposizione?) tra educazione ambientale e educazione allo sviluppo sostenibile (o alla sostenibilità) non è stata complessivamente posta durante il Congresso.
Negli ultimi anni è emersa la tendenza a considerare il secondo termine più comprensivo del primo: nei fatti, l’ampio arco di temi trattati nel Congresso e l’incontro proficuo tra rappresentanti di ogni settore e livello ha mostrato un movimento dell’educazione ambientale ancorato a solidi fondamenti epistemologici ed impegnato tanto sui più tradizionali grandi temi socio-ecologici (clima, energia, acqua, territorio,…) quanto sull’economia, la governance, la partecipazione democratica, la salute.
Che si tratti di agricoltura, di turismo, di eventi disastrosi, di mass media, di diritti umani, di giustizia sociale, ecc., l’educazione ambientale porta il contributo fondamentale di un approccio integrato a qualunque attività umana e ai problemi che esse creano per la felicità e il reale benessere dei popoli e per la salute del pianeta cui tutti apparteniamo.
L’educazione ambientale rileva puntualmente le cause della grave crisi in atto e indica le strade per la sua soluzione. Una soluzione può essere trovata:
- da un lato, in base alla considerazione scientifica del limite imposto alla crescita umana dalla legge dell’entropia e dalla complessità (e dunque incontrollabilità e impredittibilità) dei meccanismi che regolano il pianeta;
- dall’altro lato, dall’imperativo etico dell’equità e della solidarietà.
L’educazione ambientale impartisce dunque la lezione del pluralismo, dell’inclusività, dell’emancipazione, oltre a quella della responsabilità globale.
Non c’è dunque nessun confine teorico agli argomenti ai quali possono essere applicati lo spirito, i metodi e gli obiettivi dell’educazione ambientale, salvo il confine solo pratico della capacità dell’educazione ambientale stessa di affrontare in modo pertinente ed efficace il più ampio arco di argomenti.
4.3. Tra i più validi contributi che l’educazione ambientale porta sul piano dei metodi e non solo, occorre enfatizzare il fatto che l’educazione ambientale è trasversalità e contaminazione di culture, ambiti e linguaggi diversi: l’educazione ambientale si colloca in quella terra di mezzo tra razionalità e intuizione fatta di approcci tanto rigorosi e aggiornati quanto ricchi di attenzione per l’arte, per le diverse forme di espressione creativa (il teatro, il gioco, la fotografia, la narrazione, la poesia, ecc.), per l’arte e per le tradizioni popolari, insomma verso quanto consente un coinvolgimento e un apprendimento anche emotivo e ci pone in contatto e in relazione con l’alterità, con la totalità e con la madre-Terra.
L’educazione ambientale, in altre parole, ricorda non solo che la conoscenza è rafforzata dalla passione e che le strategie comunicative più efficaci sono quelle più diversificate e attente ai diversi contesti culturali, alle dinamiche psicologiche profonde, alla molteplicità dei modi di esprimersi, ai sogni, alle paure, ai desideri degli esseri umani, ovvero alle radici biologiche del sapere e al suo rapporto con il piacere, ma altresì che eco-sviluppo vuol dire anche costruzione di senso, pienezza di vita, diritto alla felicità, economia del dono.
4.4. Tra gli argomenti che il Congresso ha approfondito, ricordiamo il nesso tra educazione ambientale e salute. L’impegno per un ambiente sano richiede un’educazione ad un ambiente sano, in altre parole un’educazione comprensiva dell’ambiente e dei rischi correlati. Questa educazione deve vedere la collaborazione di professionisti dei diversi settori coinvolti, dalla salute all’ambiente alla pianificazione urbanistica, ecc.
4.5. In campo economico, l’educazione ambientale deve accompagnare le imprese non solo a prevenire l’inquinamento, ma anche a tagliare la loro impronta ecologica, e deve aiutare l’agricoltura e l’allevamento ad utilizzare tecniche che riducano al minimo l’impatto ambientale sugli ecosistemi e i consumi di acqua per l’irrigazione.
Di fronte ad un sistema “costruito sui rifiuti”, l’educazione ambientale offre strumenti di condivisione di valori e di responsabilità, di formazione, di facilitazione ai partenariati per cambiare i processi produttivi, di modificazione dei comportamenti.
L’educazione può insomma ri-orientare la società mostrando come tutto sia collegato all’ambiente.
5. L’educazione ambientale nei diversi contesti formali, non formali e informali
Oltre che da un’ampia copertura di temi, l’educazione ambientale, e non da oggi, è caratterizzata da un’applicabilità a tutte le età della vita e in tutti i tre livelli dell’educazione: formale, non-formale e informale.
5.1. Nei sistemi di educazione formale, si pone il problema di una organizzazione degli studi attualmente tutta incentrata sulla divisione in discipline.
Le discipline non appaiono ancora sufficientemente toccate dai cambiamenti avvenuti:
- sul piano di nuovi campi di studio;
- sul piano dei nuovi modelli interpretativi della realtà che la comunità scientifica produce.
Accanto alla revisione dei curricoli perché includano i temi della complessità del mondo e della sostenibilità e qualità dello sviluppo umano, occorrerà quindi aprire maggiormente le discipline all’interdisciplinarietà e alla transdisciplinarietà, farle dialogare tra loro con il linguaggio comune dell’interdipendenza e dell’interconnessione, ovvero del pensiero sistemico.
Le discipline dovranno inoltre mirare tutte insieme a un’educazione come strumento di emancipazione e di cittadinanza e dovranno unire la comprensione globale dei fenomeni con la loro contestualizzazione.
Scuole e università, insomma, devono cambiare profondamente, rinnovando, nell’ottica dell’eco-sviluppo, l’ordinamento degli studi, la loro organizzazione e i loro metodi: occorrono un profondo cambiamento delle discipline, una riforma e una visione coordinata e coerente dei curricoli, della formazione degli insegnanti, dei libri di testo, dell’organizzazione di spazi e tempi e delle risorse delle istituzioni scolastiche e universitarie.
Gli studenti che intendono intraprendere carriere ambientali dovranno essere aiutati con stages e tirocini, con possibilità di volontariato e con esperienze lavorative in generale.
L’educazione però non cambierà veramente se le istituzioni educative non diventeranno essere stesse “sostenibili” e coerenti con i principi dell’eco-sviluppo e se non cambierà la didattica, che dovrà aprirsi alla ricerca-azione e al rapporto con la comunità.
Anche l’insegnamento/apprendimento, insomma, deve essere partecipativo: tra curricoli, diverse forme di insegnamento/apprendimento e partecipazione, però, c’è tensione. C’è inoltre la necessità di definire meglio sul piano metodologico la partecipazione, le sue implicazioni, i criteri, i ruoli, le modalità e i valori ispiratori.
5.2. Nel campo dell’educazione promossa dagli attori più diversi e/o estesa a tutti gli ambienti di vita (ad es. la cosiddetta educazione non formale ed extrascolastica), esiste una gamma vastissima di attività sia come temi trattati sia come metodologie adottate sia come destinatari, che spaziano dai gruppi scolastici (come opportunità offerte ad integrazione del curriculum scolastico vero e proprio) fino a gruppi di adulti e alle singole persone. È quindi impossibile farne un repertorio esaustivo.
È invece possibile ed opportuno indicare alcuni criteri di qualità per questo tipo di esperienze educative che si svolgono al di fuori dei contesti formali.
Innanzitutto, occorre sottolineare che il patrimonio di conoscenza, di sensazioni e di stimoli cui ogni persona può attingere lungo tutto l’arco della propria vita e nei diversi spazi di vita rappresenta un continuum. Ogni contesto interagisce con gli altri e ne è a sua volta influenzato. È importante quindi che mondi diversi e situazioni educative diversamente formalizzate e strutturate lavorino in modo coordinato e tra loro coerente e armonico.
In secondo luogo, tutte queste attività dovrebbero rispondere ad un progetto culturale ed essere non episodiche, ma essere fondate su accordi di lungo periodo, che garantiscano un sostegno istituzionale e un finanziamento solido. Indipendentemente dalla scala degli argomenti toccati, la loro trattazione dovrebbe ispirarsi ad un modello sistemico, attento da un lato al contesto locale e dall’altro alle connessioni trasversali.
Cultura scientifica e saperi popolari dovrebbero intrecciarsi, così come dovrà essere trovata, come si è già accennato, la terra di mezzo tra approccio razionale e vissuti emotivi.
Sul piano del rapporto con il territorio, l’educazione ambientale deve partire dai bisogni dei cittadini, unire conoscenza oggettiva e percezione soggettiva dei problemi, promuovere la partecipazione cosciente della popolazione, unire riflessione e lavoro concreto, proporre un uso creativo delle risorse locali, sviluppare reti di relazioni e partenariati.
Così come l’educazione formale, anche l’educazione non formale deve avere un atteggiamento critico, essere coerente con i valori e le tradizioni delle comunità (purché non contrastino il valore superiore dell’eco-sviluppo), deve sviluppare la capacità di selezionare e usare in modo appropriato le informazioni, deve favorire esperienze concrete di cambiamento, preparare ad affrontare imprevisti ed emergenze.
Infine, così come l’educazione formale, anche l’educazione non formale deve sviluppare degli strumenti di valutazione della propria efficacia, individuando le forme di monitoraggio e i criteri condivisi di valutazione della qualità dei cambiamenti reali prodotti e/o percepiti dalla comunità.
5.3. Quanto a quell’educazione informale che è veicolata attraverso l’informazione e la comunicazione di massa (ma sempre più anche attraverso “new media” e “my media” interattivi e personalizzabili), il Congresso ha rilevato la necessità di approfondire gli aspetti sia teorici sia pratici della comunicazione.
Ad esempio, alcuni punti su cui sarà opportuno proseguire la ricerca e la riflessione (anche grazie, come si è già detto, ai mezzi offerti dalla rete WEEC) sono:
- Come conciliare la comunicazione – che tende alla semplificazione – con la complessità?
- Come guidare invece il pubblico alla comprensione dei limiti e delle incertezze insite in ogni informazione?
- Che immagine di scienza ha il pubblico?
- Che immagine di pubblico hanno gli "esperti"?
- Come tenere conto delle conoscenze e delle esperienze dei destinatari?
- Perché l’informazione non provoca (in genere) una modificazione del comportamento, in quanto è noto che la semplice conoscenza dei problemi non è sufficiente?
- Cosa implica una preoccupazione etica nella comunicazione?
- Quali sono i canali "nascosti" attraverso i quali passa l’informazione e come questi cambiano in contesti diversi?
- Come comunicare con il pubblico anche attraverso strumenti diversi dai mass media?
- Come utilizzare i canali delle reti di relazioni interpersonali, dell’associazionismo, dei processi partecipativi locali?
- In che modo i linguaggi, gli strumenti della comunicazione influenzano i contenuti?
Sul piano pratico, occorre potenziare gli strumenti di comunicazione, in primo luogo Internet. Il web dovrebbe essere utilizzato sia per fornire servizi ai professionisti (lavoro in rete, accesso a materiali di documentazione, formazione a distanza, ecc.), sia per raggiungere il grande pubblico in generale.
Per quanto riguarda il primo aspetto, sarebbero opportune una standardizzazione e una procedura di accreditamento dei servizi che facilitino la validazione e il riconoscimento della formazione erogata on line.
Per quanto riguarda la comunicazione rivolta al pubblico in generale, le campagne di comunicazione sociale possono aiutare a promuovere i valori dell’eco-sviluppo, l’impegno responsabile e il volontariato a tutte le età, attraverso l’uso contemporaneo di più media: televisione, radio, cinema, internet, affissioni, kit educativi, quiz, giochi, musei interattivi, ecc. (a condizione, ovviamente, che siano compatibili e coerenti con i principi e i criteri dell’educazione ambientale evidenziati precedentemente).
I messaggi dovranno essere leggibili e comprensibili e fare ampio ricorso a grafici, suoni, interattività in modo da catturare meglio l’attenzione del pubblico. Ma i messaggi dovranno anche aiutare il pubblico a restare in contatto con il suo ambiente naturale e con la rete globale delle interazioni.
Infine, occorre denunciare una grave mancanza di formazione dei giornalisti sui temi ambientali e della sostenibilità e in generale si rileva come i vari “media” debbano sapere maneggiare in modo più adeguato i temi ambientali.